L’Europa vuole usare la propria capacità di spesa pubblica per rafforzare l’innovazione e, soprattutto, la propria sovranità tecnologica.
La nuova bozza dell’European Innovation Act interviene infatti sulle regole del cosiddetto “Acquista europeo”, introducendo criteri più selettivi per stabilire quali imprese e quali Paesi possano partecipare agli appalti pubblici dedicati allo sviluppo di tecnologie e soluzioni che ancora non esistono sul mercato.
Chi potrà partecipare?
La nuova versione elimina il riferimento a un generico elenco di “Paesi ammissibili”, mai effettivamente definito.
Al suo posto viene introdotto un criterio più stringente: potranno partecipare le imprese europee e quelle di Paesi terzi con cui l’UE abbia accordi internazionali contenenti specifici impegni in materia di appalti di ricerca e sviluppo.
Una modifica che, di fatto, restringe la platea dei potenziali partecipanti.
Anche il subappalto non potrà essere utilizzato per aggirare queste limitazioni: almeno il 50% delle attività di ricerca dovrà essere svolto nei Paesi ammessi.
Più spazio alla sicurezza
La proposta introduce inoltre strumenti per proteggere l’Europa da possibili dipendenze tecnologiche o da rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti.
La Commissione potrà escludere determinati Paesi quando:
– non garantiscono alle imprese europee un trattamento equivalente;
– la partecipazione dei loro operatori può creare dipendenze considerate rischiose per la sicurezza delle forniture.
Anche le amministrazioni pubbliche potranno, in determinate circostanze, riservare le gare a imprese europee non soggette a controllo straniero.
E se comprare europeo costa troppo?
Qui arriva una delle novità più interessanti.
La restrizione potrà essere derogata quando mantenere la gara esclusivamente nel perimetro europeo comporterebbe costi sproporzionati.
La bozza individua una soglia del 20%: se la differenza stimata tra le offerte supera questa percentuale, l’amministrazione potrà ampliare la partecipazione a operatori di Paesi con accordi più generici sugli appalti pubblici.
La stessa possibilità è prevista quando non arrivano offerte adeguate, anche considerando gare analoghe svolte dallo stesso ente nei due anni precedenti.
Perché è importante?
La Commissione parte da un dato significativo: secondo le sue stime, le principali economie mondiali investono negli appalti pubblici di ricerca e sviluppo da 5 a 8 volte più dell’Unione europea.
L’obiettivo è quindi molto ambizioso: portare la quota degli acquisti pubblici europei destinata alla R&S dallo 0,6% al 3%, passando da circa 17,3 a 86,4 miliardi di euro l’anno.
L’idea è che la spesa pubblica possa diventare una leva per mobilitare anche investimenti privati e trasformare più rapidamente la ricerca europea in prodotti e tecnologie commercializzabili.
La questione di fondo
La proposta va quindi oltre la semplice disciplina degli appalti.
La domanda è più ampia:
quanto deve essere “europeo” ciò che l’Europa acquista quando sono in gioco tecnologie strategiche, sicurezza e innovazione?
La nuova impostazione sembra andare verso una risposta chiara: prima il rafforzamento della capacità tecnologica europea, ma senza ignorare il vincolo dei costi e della competitività.
Un equilibrio che sarà centrale nel dibattito sulla futura politica industriale e tecnologica dell’UE.
